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STORIE E ROMANZI

 

Massimo Sciortino, Giuramento, 160 pp. 10 euro

Un giallo siciliano a sfondo mafioso.
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QUANDO TORNA

di Roberto Pallocca (www.robertopallocca.it)

Robin edizioni, 2007

 

La vita di Fernando, ottantatreenne romano, scorre serena, finché un giorno una lettera arrivata da oltre oceano apre vecchie ferite, facendo riaffiorare ricordi messi dolorosamente a tacere molti anni prima. Il protagonista ritorna indietro nel tempo, fino a rivedersi giovane, nella Roma fascista, città magica e confusa, alle prese con i misteri del primo amore. Lui di famiglia umile, ignaro di ciò che accade al Paese, lei, Rossana, americana ed emancipata, insegue gli ideali della libertà. La relazione tra i due giovani procede assieme alla consapevolezza del dramma che vive l'Italia, attraverso un amore che inizierà entrambi alla maturità, e il cui senso profondo si svelerà al protagonista solo alla fine.

 

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Nel mezzo del cammin di nostra vita…,

sicuramente non merito di citare frasi del genere per trasmettere questo mio sfogo, ma dopo più di vent’anni di servizio sui treni mi viene quasi spontaneo.

Impossibile, a me non sarebbe potuto accadere mai, io che non ho vizi, io che non fumo, io che non ho nessuna velleità di essere come Rodolfo Valentino (troppo vecchio? Allora diciamo George Clooney va bene? Cosi’ potranno capire anche gli under fourteen).

Ebbene quasi mi vergogno a confessarlo, ma dopo aver sentito per anni cio’ che raccontano molti colleghi circa le loro avventure accadute sui treni, le favolose conquiste brevi e fugaci come lo puo’ essere un rapporto fra una fermata e l’altra di un treno locale come fra Roma Ostiense e Roma Termini per intenderci, bè allora mi sento giustificato.

Sissignori, anch’io ho avuto la mia avventura, anch’io nel mio piccolo(mica tanto piccolo ricordo adesso che il mese scorso hanno festeggiato il mio mezzo secolo di permanenza su questa terra)!

Certo anch’io adesso posso raccontare qualcosa ed entrare a far parte del tradizionale mondo ferroviario, quello cazzuto per intenderci, ah, il fascino della divisa.

Vengo ai fatti dunque, sicuramente molti di quanti mi leggono avranno fatto almeno una volta la famosa dormita di Terni. Comandatami a malincuore e ancora piu’ a malincuore accettata come Cst ai comandi di un capotreno giovane oltre che lontano sia di eta’ che di modi di vivere, di pensare, di agire, sapete uno di questi nuovi colleghi ipertecnologici di quelli che hanno tutti i piu’ recenti ritrovati in elettronica e telecomunicazioni, che cambiano tipo di telefonino ogni mese e mezzo, che ogni volta che li vedi ti dicono che all’indomani devono partire per una settimana di vacanze alle isole Canarie, che sono indecisi solo sul fatto di scegliere la ragazza con la quale condividere le vacanze, che sono sempre abbronzati tutto l’anno anche per capodanno e soprattutto hanno trent’anni meno di me (mizzica)!!!

Dicevo, dopo esser giunti a Firenze ed esserci rifocillati lautamente con le abbondanti libagioni messe a nostra disposizione dalla nostra amata ditta, ci apprestiamo ad affrontare la seconda parte del turno, ovvero il treno per Terni. Cio’ che avevo precedentemente introdotto nel mio apparato di sussistenza, tornava ogni tanto prepotentemente a ricordarmi che i peperoni il mio stomaco non li aveva graditi e quantomeno era necessaria l’immissione di un supporto tecnico nella parte primaria del mio sistema di alimentazione onde evitare una caduta di qualita’ del mio lavoro sul treno e costringere la gentile clientela a parlarmi rivolgendosi all’indietro.

Adempiuta quindi questa incombenza in osservanza alle istruzioni impartiteci dal nostro responsabile della qualità, dal codice etico, e dal codice da Vinci, partiamo per Terni.

Sul treno non c’era molta gente e dopo Arezzo il treno cominciava ad assomigliare alla spiaggia di Ostia alla fine di una domenica di fine settembre, cioe’sporca con pochissima gente e con quell’aspetto di chi e’ stato sfruttato ed adesso non gli occorre piu’, infatti se durante le fermate precedenti i clienti pretendono di trovare i compartimenti puliti dando dell’incivile a chi poco prima  occupava quel posto, quando scendono fanno di tutto per superare in civiltà gli altri raccogliendo magari altra spazzatura nelle fermate delle stazioni e collocandola nel compartimento da loro precedentemente occupato, e che non si dica che io sia meno degli altri perbacco!!

Dopo Foligno percorro dalla coda verso la testa il treno, e la intravedo con la coda dell’occhio sola nell’ultimo compartimento dell’ultima vettura, bella, bianca, piena di promesse; proseguo comunque verso la testa ma continuo a pensare a lei come mai non l’ho notata prima?Forse perche’ era confusa in mezzo ai pendolari che sono scesi ad Arezzo, oppure a Perugia, strano eppure una volta non mi sarebbe accaduto, e, si, non sono piu’ quello di una volta, la mia attenzione sta calando,” ma che dico,guarda che e’quasi mezzanotte, e’ logico che ti senta un po’ stanco in fondo e’ una giornata che stai in piedi e il fatto che tu sei stato a casa non vuol dire che ti sei riposato anzi,…vai a far la spesa, cucina, lava , stira, ma che’ti sei separato per caso? No, e’ che da quando mia moglie lavora sai anch’io devo fare qualcosa a casa, sai lei lavora sempre di mattina quindi quando arriva dal lavoro ed io sono a casa, devo farle trovare da mangiare pronto,casa in ordine e piatti lavati, e poi sai torna stanca dal lavoro deve andare a riposare e nel frattempo che lei riposa io lavo i piatti e dopo vado al lavoro. E’ naturale che tu possa avere un calo di attenzione non credi?Il dialogo con la mia coscienza serve solo in parte a giustificarmi, il fatto e’ che sono stato colpito veramente da cio’ che ho visto prima…bella, bianca, longilinea, piena di promesse. Ma vecchio babbione dove vai? Vuoi per caso paragonarti a certi tuoi colleghi? lo sai non ne saresti capace. Richiamato dalla mia coscienza a maggior dedizione al lavoro, mi avvio dal capotreno per riferirgli il numero dei viaggiatori e consegnargli le schede compilate per le anomalie riscontrate sul materiale. (in ottemperanza su quanto appreso,dal manuale del perfetto conduttore, oggi cst, edito dall’ufficio qualita’ di roma.)

Il capotreno lo trovo alle prese con importanti problemi di primaria importanza, infatti sta assistendo un rappresentante della gentile clientela, che nella fattispecie trattasi di una giovane viaggiatrice tedesca che salita a Firenze voleva arrivare a Roma ma si e’ accorta dopo Perugia che quel treno a Roma non sarebbe arrivato mai. Il collega si esibisce in un vero e proprio recital nell’immedesimarsi  nel ruolo del perfetto capotreno, telefonando a destra e manca per cercare di ovviare al disagio di questa teutonica viaggiatrice, ed alla fine anche se non ha potuto effettuare nessuna chiamata per mancanza di “campo” qualcosa mi dice che in futuro il mio collega visitera’ i verdi boschi della foresta nera in baviera avendo come guida la qui presente Ingrid

Visto con quanta calorosa e disinteressata professionalita’ il collega si e’ occupato del problema della cliente, dall’alto della mia esperienza deduco che essa si trovi in buone mani,e considerando che quattro mani sarebbero troppe penso di essere piu’utile altrove e gestire il viaggio di altri. Ma prepotentemente mi ritorna in mente(bella la rima vero?)cio’ che mi aveva colpito precedentemente(ancora sta rima,ma giuro non l’ho cercata),la rivedo con gli occhi della memoria,bella, bianca longilinea e piena di promesse; ma non sara’stata anche lei straniera per caso e con quell’estremita’color del miele…tedesca anche lei? Oppure americana di quelle magari che stanno bene a tutti e che vanno per la maggiore…bella, bianca, longilinea’, chissa’ che profumo emanava, chissa’ che sensazioni inebrianti puo’ provocare; e mentre mi avvio verso coda risento ancora quella fastidiosa vocina che mi sussurra: ma dove stai andando a rinco ti sei dimenticato forse che hai due figli e la piu’ grande ha quasi ventidue anni? E a tua moglie non ci pensi? E se lo venisse a sapere come ci resterebbe? Aho! Ma io sto andando in coda solo per vedere se tutto va bene, se qualche viaggiatore ha bisogno di assistenza e poi non ricordi che c’era quella vettura che ogni tanto si spegneva? C’ho fatto pure la scheda no?

Tacitata e presa in giro la mia coscienza e la sua sempre piu’ flebile vocina, mi avvio ormai a grandi passi verso lei che ormai e’ diventata per me un chiodo fisso: bella, bianca, longilinea, piena di promesse…chissa se c’e’ancora o se qualcuno nel frattempo le si e’ avvicinato accidenti a me e ai miei scrupoli, quando trovo un’altra occasione cosi’? E poi hai visto questi “pischelli” appena entrati come si danno da fare con la gentile clientela,non sara’ anche per questo che ultimamente stanno assumendo in ferrovia solo giovani simpatici e plurilingue in modo da poter soddisfare anche la gentile clientela straniera?(Ingrid docet). Basta cosi’, finalmente arrivo all’ultimo compartimento dell’ultima vettura, li’dove l’avevo vista la prima volta…bella ,bianca, longilinea, piena di promesse…nella vettura non c’e nessuno, nel compartimento solo lei, da sola, sembrava aspettarmi,e adesso che faccio? Ah ,si, funziona l’aria condizionata? E le luci? I sedili sono abbastanza puliti? In quel compartimento c’eravamo solo noi due, in quella vettura solo io e lei, nessun altro testimone di quella figura un po’patetica che stavo facendo…seduto accanto a lei la fisso titubante, lei non si muove, non dice niente, bella, bianca, piena di promesse..ma chi ti ci ha portato qui mi chiedo, chi e’ stato questo diavolo tentatore, mai mi era successa una cosa cosi’..cosi’…come definirla, insolita? Troppo poco,oppure troppo coinvolgente? Troppo voluta o forse troppo cercata chissa’?? Fatto sta che in quel momento eravamo solo io e lei, bella, bianca, piena di promesse. Non ce la faccio piu’sara’quel che sara’del resto si vive una volta sola no? Cogli l’attimo come diceva qualcuno anche se Totti a questa frase tradotta in latino avrebbe risposto:”non parlo l’inglese” e allora…e allora…ma che aspetti rompi gli indugi ,buttati porca locomotiva!!!

Non sto piu’ nella pelle,faccio l’indifferente e senza profferir parola, faccio scivolare la mia mano sul sedile, verso di lei, bella, bianca, piena di promesse, lei non si muove e’ indifferente, chissa’se a lei  non e’ mai successa una cosa del genere o se a quelle come lei e’ gia’ successo, ma a me giuro mai, mai mi e’ successa una cosa cosi’…bella, bianca, piena di promesse…L’afferro e lei…lei…lei rimane ferma e inerte tra le mie mani, bella, bianca, piena di promesse, mi giunge il suo profumo inebriante alle narici, ne sono estasiato, bella, bianca, piena di promesse…e ce l’ho tra le mani, da solo, nessun’altro nella vettura, nessun’altro nel compartimento, io e lei, bella, bianca, piena di promesse…ho il cuore in gola, l’avvicino alla mia bocca, ma… qualcosa mi blocca…accidenti…ma non c’e’ nessuno che mi puo’ prestare un accendino?

Roma 22-06-2006

                      Antonino D'Amico


 

Eurostar

“ Buongiorno malinconia”. Così come ogni mattina Sauro Iacobelli si destava dal torpore del suo ultimo sonno, e la prima frase che gli veniva alla mente era appunto “ buongiorno malinconia”. Sauro Iacobelli era un semigiovane di quasi quarantaquattro anni, il suo aspetto lo si sarebbe potuto tranquillamente definire “ normale “. Di altezza media, non superava di molto il peso forma ideale per un uomo della sua corporatura. Curato quanto basta nel suo aspetto Sauro cominciava proprio in questi anni ad avere una capigliatura brizzolata di un candido bianco. Sintomo questo forse di una maturità improvvisa, o forse il risultato di una predestinazione genetica ereditata dai suoi torposi e ultra-anziani genitori pensionati. L’aria e la luce di quella mattinata romana facevano dileguare per qualche ora il senso di apatia alla vita di Sauro. Di certo quella non era una condizione abituale per lui, abituato come era ad avere sempre molti amici accanto questo periodo lo vedeva straordinariamente solo ed immerso nel passato, per via di una relazione sentimentale fallita nel quale egli aveva cominciato a credere. Ora più che mai si colpevolizzava per il fatto di aver inteso quel rapporto come l’unico motivo trainante del suo essere, escludendo quasi senza rendersene conto i vecchi affetti che molto avevano contato per lui. Spinto dunque dal solo impegno lavorativo diede una rapida occhiata alla sua non modernissima radiosveglia posta sul comodino e quasi automaticamente si infilò i suoi abiti da viaggio. Dando cura all’igiene tutta della sua persona , si trovò in pochi minuti pronto e seduto nel suo misero angolo cucina a riempirsi non smisuratamente lo stomaco con biscotti e caffèlatte. Abitava da solo Sauro, da ormai cinque anni ed aveva preso in affitto un monolocale vicino il suo ufficio. Sauro Iacobelli era impiegato presso una nota azienda della capitale, dove le sue mansioni non si limitavano quasi mai al semplice disbrigo di noiosissime pratiche delle quali era sempre colma la sua scrivania. Ma date le sue caratteristiche fisiche e comportamentali veniva anche utilizzato dal suo capo reparto per mantenere alcuni rapporti commerciali con un’altra azienda analoga alla sua, che aveva gli uffici nel pieno centro storico di Torino. Così, inforcati i suoi occhiali ed agguantata la sua ventiquattrore si diresse verso la stazione per prendere il solito treno che lo avrebbe portato dopo il solito viaggio fino a destinazione. Durante il tragitto tutto, la sua mente scandagliava con solerte minuziosità le varie azioni che avrebbe dovuto compiere in quella giornata lavorativa. Il suo passo era svelto e deciso, mentre la sicurezza della buona riuscita del suo incarico, infondevano in lui una sensazione di autostima che difficilmente riusciva a provare in altre occasioni. Giunto al fine nei pressi del suo binario, Sauro vidimò nella ormai conosciutissima macchinetta gialla il suo biglietto di viaggio. Biglietto che gli fu consegnato il giorno prima dalle sudatissime e goffe mani della segretaria amministrativa del suo reparto. La vidimazione del titolo di viaggio, così come il dirigersi verso il vagone stabilito e prendere possesso del posto assegnato era di una tale routine, che quasi non si curava degli ostacoli o delle persone che incontrava sul suo cammino. Preso il posto, diede uno sguardo quasi per gentilezza e buona educazione agli avventori che aveva non molto lontano. Nella sua immaginazione cercava , così come in ogni viaggio che faceva di visualizzare con l’immaginazione la persona che avrebbe preso il posto di fronte al suo. Ma Sauro non fantasticava neanche lontanamente quello che il destino aveva riservato per quella sua giornata. Vide avvicinarsi verso di lui la più esile delle figure che i suoi piccoli occhiali ebbero mai focalizzato. Dondolando un piccolo bagaglio portato con impaccio quasi infantile ed una andatura sinuosa, si avvicinò una splendida ragazza bruna, con lunghi capelli di color carbone ed un volto del quale nessun pittore contemporaneo o trapassato avrebbe mai potuto cogliere la raggiante vitalità. Con educazione quasi conseguente alla sua figura si rivolse nei confronti di Sauro chiedendo un aiuto per posizionare il piccolo ingombro nell’apposito ripiano al di sopra del sedile di accanto a lui. Nessuna esitazione, nessun dubbio la cortesia di quell’essere non lasciava margine alcuno. Ella venne aiutata e ripagata con la stessa cortese moneta con la quale si presentò. A rompere il ghiaccio fu proprio lei che non appena fuori dalla stazione si rivolse verso Sauro facendo dei cordiali apprezzamenti sul clima della capitale. Così si accese la discussione, e dal tempo si passò ad altri argomenti di interesse generale come il traffico e la carenza di servizi pubblici adatti al giusto uso del cittadino. I loro sguardi si incrociavano con una frequenza quasi regolare e, come per caso quando gli occhi di lui cercavano conferma nello sguardo di lei venivano ampliamente ripagati. Si chiamava Linda. Linda Bucci, era una rappresentante tirocinante di una casa di moda Torinese , “e in cosa altro si sarebbe potuta impegnare una tale dea “ pensò Sauro. Era venuta a Roma per prendere dei contatti con una boutique di via condotti, e stava tornando in ufficio per stilare una relazione sull’incontro avvenuto, prima di ritirarsi nel suo appartamento dove avrebbe sostenuto un lungo e meritato sonno riparatore. Il viaggio proseguì, e proseguì anche la conoscenza di Linda e Sauro. Arrivati nella stazione di Firenze il treno fece una sosta annunciata più lunga del solito, Sauro colse al volo l’occasione per scendere a comprare qualche rivista. Sapeva molto bene dentro di se che non avrebbe mai letto quegli ammazzatempo, almeno durante quel viaggio visto che la compagnia che ora aveva, offuscava il suo desiderio di distrazione. Nel mentre Linda approfittò della pausa per andare nella toilette e come tutte le donne fanno quando si intrattengono con una persona piacevole del sesso opposto, si diede una controllata ed una conseguente ritoccata a capelli; viso; e chi sa cosa altro. Naturalmente Linda non aveva alcun bisogno di artifici aggiunti atti a far risaltare la luce della sua bellezza, ma il suo istinto di donna le diceva che quella era la cosa più saggia da fare. Sauro dal canto suo avvertiva davanti all’edicola , le sue gambe che non rispondevano più ai suoi comandi . Si chiedeva il perché mai una cosa così bella fosse capitata proprio a lui, a lui che fino a prima di salire su quel treno si sentiva colpevole nei confronti della di se stesso e di tutte le persone in generale. La scelta della rivista , avvenne come è facile immaginare totalmente a caso, così dopo aver pagato senza neanche curarsi della spesa e del successivo resto dato dal sonnolente edicolante, si diresse di nuovo verso il suo vagone con una tale leggerezza ed agilità che lui stesso stentava quasi a riconoscere. Giunsero insieme ai rispettivi sedili. Linda dalla toilette e Sauro dalla stazione. Si misero seduti quasi all’unisono, ed il treno riprese di lì a poco la sua inesorabile marcia. Non passò molto tempo che subito la conversazione tra i due si rianimò di nuovo interesse, era chiaro così come il cielo di quella giornata che ora entrambi provavano le stesse aspettative e cominciavano ad avere le stesse illusioni per il futuro prossimo. Attimi di ilarità si susseguirono tra i due, ilarità che trovò la sua punta massima quando Sauro mostrò la rivista acquistata alla stazione di Firenze a Linda. Nell’agitazione e nelle mille fantasticherie che egli si era fatto in quei pochi minuti, Sauro non si accorse che aveva acquistato una rivista di uncinetto. Il nostro eroe non era certo tipo da lavoro ai ferri, e Linda questo lo capì subito tanto che dopo una lunga risata mise mano alla sua quasi collegiale educazione, giustificando la scelta del suo nuovo amico asserendo che sicuramente quelle pagine sarebbero state destinate ad una donna della sua casa: la nonna o la madre. Possibile non cogliere quell’affermazione per uscire dalla mala figura fatta? Certamente no, così il tutto si risolse con un’ulteriore risata. Nei brevi momenti di pausa che l’inaspettato incontro concedeva, Linda si domandava cosa avrebbe mai voluto da lei quel ragazzo un po’ troppo cresciuto e si chiedeva se fosse stato giusto dare tanta confidenza ad un estraneo in un incontro come quello, ma gli occhi sinceri di Sauro ed i suoi modi educati fugarono in Linda ogni dubbio rispetto a quello che stava facendo. Si sa, gli incontri piacevoli sono come un bel cesto di ciliegie, e delle discussioni da loro scaturite non se ne è mai sazi. L’intesa continuò così fino ad arrivare nelle vicinanze di Bologna, e fu proprio accarezzata dalla vista di quelle distese di frutteti tipici della pianura romagnola che Linda si sentì completamente sicura della bontà del suo interlocutore, mentre da parte di Sauro cresceva il desiderio e l’audacia che aveva ormai accantonato nei confronti delle donne. Galeotto fu il vetro dello scompartimento che all’improvviso, quasi come mosso da vita propria si aprì. Ormai durante quel viaggio i voleri di quelle due esistenze si fusero ripetutamente e così all’unisono si alzarono dai propri sedili per mettere mano al finestrino impertinente, si trovarono faccia a faccia, occhi negli occhi, i loro odori si mescolarono in una tale fragranza della quale tutti e due non poterono non percepirne l’aroma. Come la migliore scuola insegna fu l’uomo a prendere l’audace iniziativa di porre le proprie labbra a stretto contatto con quelle di lei, in questo modo proprio come un antico cavaliere Sauro attese qualche frazione di secondo, sperando da lei una risposta al suo gesto. Nella mente di Linda passarono in quegli attimi fiumi di pensieri, che giunti alla loro foce diedero una risposta decisa. Le labbra di Linda si unirono così a quelle di Sauro in un lungo e quasi fotoromanzesco bacio appassionato, sembrava dunque che le loro appendici amorose si fossero saldate le une alle altre quasi come due diversi liquidi compatibili tra loro. Fu un sobbalzo improvviso del vagone ad interrompere quella che sembrava essere tra i due la medicina a tutti i loro mali. Incredibile, le traversine imperfette dei binari li fecero amalgamare e le stesse traversine li divisero. Ormai era fatta, pensarono i due. Dopo quegli attimi ne seguirono altri, tanto era il desiderio reciproco di tenerezza ed affetto che nessun rallentamento improvviso, nessun addetto del personale, niente più riuscì a distrarre l’idillio d’amore improvviso che si formò in quel metro quadro sotto i loro piedi. L’amore si sa è veramente una questione indecifrabile, e questo Linda e Sauro non lo ricordavano in quei momenti. Nessuno dei due avrebbe mai immaginato cosa altro avrebbe riservato il fato in quel viaggio per loro, non pensavano neanche lontanamente che quell’incontro così perfetto si sarebbe trasformato prima di giungere a destinazione nella più grande delle delusioni. Gli eventi si accavallarono tanto rapidamente nei minuti precedenti l’arrivo, che niente mai in natura sarebbe stato più veloce. Fu dalla borsetta di Linda che distrattamente fece capolino una fotografia i bianco e nero. Sauro, preso come era dal conoscere tutto di quella ragazza volle a tutti i costi interessarsi di quello scatto. Quasi pretese di vederla , Linda acconsentì con qualche ritrosia ma cosciente di quello che le stava accadendo, si preparò a rendere noto al suo compagno di viaggio il senso di quell’istantanea. “ sono i miei genitori “ disse “ non li ho mai conosciuti, di loro mi rimane solo questa foto ed un immenso rimorso “. Mentre lo diceva i suoi occhi si velarono come se tutta la sofferenza della sua vita da orfana riaffiorasse improvvisamente. Sauro rimase impressionato e commosso da quel sentimento scaturito così spontaneo, tanto che non prestò troppa attenzione ai volti dei due personaggi distesi su di un immenso prato fiorito, abbracciati e sereni. Ma se la curiosità è una prerogativa tipicamente femminile, ma anche agli uomini non ne difettano di certo, così Sauro impegnò il suo interesse in quella foto. Il volto gli si fece pallido, il sangue si raggelò, le mani gli cominciarono a tremare come se una corrente sinuosa si fosse impadronita di lui. Non riusciva più a parlare, ad esprimere il suo sgomento. Non si rendeva conto che la ghigliottina del destino era precipitata inesorabile sul suo nudo collo. Riconobbe per prima cosa il prato e le case che facevano da sfondo ai due probabili amanti raffigurati, erano le case del suo quartiere, era il prato dove lui scorrazzava felice nei primi anni della sua infanzia. Linda venne pervasa dallo stesso stupore interrogativo del quale era stato rapito Sauro, e come lui ora non sapeva cosa pensare , cosa dire. L’annuncio negli altoparlanti dell’imminente arrivo alla stazione di Torino ruppe il silenzio che come una nebbia mattutina era sceso tra i due. Erano i genitori di Sauro, erano loro nel fiore della giovinezza, erano i torposi fattori della sua esistenza. I baci finirono, le parole cessarono. Non si avvertiva più nell’ormai uomo quello sguardo intrigante che tanto ammaliò Linda. Una sola frase pronunciata con tremolante voce chiuse per sempre le porte del paradiso: “ sono mio padre e mia madre “. L’EUROSTAR iniziò le manovre di frenata e lentamente guidato dagli scambi si inserì all’interno della stazione di Torino. Baci; abbracci; speranze covate durante il tragitto lasciarono il posto a silenzi che nessuna spiegazione avrebbe mai potuto estinguere. Con la calma e la lentezza di due sportivi sconfitti negli ultimi momenti della gara, lentamente si apprestarono alla discesa dal treno. Sauro non poté non aiutare “ sua sorella “ con il bagaglio che solo poche ore prima aveva lui stesso posizionato con il cuore gonfio di speranze. (L’amore è veramente una questione inestricabile, proprio quando tutto sembra volgere per il meglio si scopre che non si è mai sicuri fino in fondo) pensò Linda. Ormai Sauro non parlava più, e si capiva benissimo che non aveva nessuna intenzione di relazionarsi ancora con quella donna, era tornato di colpo nello spazio di un percorso malinconico e deluso. Pensava che se il destino si accanisse tanto nei suoi confronti forse era perché aveva sbagliato qualcosa, compiuto qualche abominevole sopruso. Ma niente, niente che la sua mente riuscisse a ricordare, nulla scandagliando il suo passato avrebbe mai potuto meritare il presente che gli si volgeva sotto gli occhi. Come una nave in balia delle onde così la sua vita sentimentale era totalmente fuori dal suo controllo. Il coraggio della verità è una dote rara, e Linda ne possedeva da vendere tanto che fu proprio lei nel momento della separazione, quando le loro strade si sarebbero divise per sempre a cercare ancora un contatto con quella persona che per lei in ogni caso sarebbe stata la chiave delle risposte alle sue domande più radicate. Di certo il conforto di lei nell’aver ritrovato la propria famiglia medicava in parte la ferita che aveva nel cuore, mentre la stessa ferita nel cuore di Sauro rimaneva ora, e forse lui pensava per sempre viva e dolorosa. Ci volle tutta la buona educazione di Linda nel trovare le parole adatte per non colpire ulteriormente la sensibilità di Sauro, e davvero ci volle tutta la forza di quel giovane uomo nell’accettare l’ulteriore sconfitta che la sua anima si trovò innanzi. Il freddo clima di Torino non aiutò di certo l’operazione chirurgica che si stava compiendo tra i due, ma con la stima reciproca che scaturì dal loro incontro riuscirono a trascorrere insieme ancora del tempo. Così presero lo stesso taxi e decisero di parlare ancora e mangiare qualcosa insieme. La rinuncia a quello che è il motivo trainante del mondo, l’abbandono di mille speranze per quello che sarebbe stato il loro futuro, non avvenne di certo nello spazio di quel pasto. Molto tempo dovette passare da allora affinché i nostri due sfortunati personaggi si rincontrarono. Ma la vita vince sempre, così che gli ultra-anziani pensionati un bel giorno uscirono per sempre dal loro atavico torpore e riabbracciarono ancora una volta quella figlia della quale si disfarono molto tempo prima, per cause indipendenti dalla loro volontà.

  Alessandro Reali


 


Il pulviscolo ferroso delle stazioni

Il pulviscolo ferroso delle stazioni ferroviarie si posa sugli occhi aperti di chi è in transito e causa arrossamenti curabili con specifici trattamenti oftalmici umettanti a base di nafazolina nitrato (mg80).
Capita a chi abbia dimestichezza con gli spostamenti in vagone di imbattersi in questa incidentale e fastidiosa realtà; un fatto talmente piccolo, da entrare giusto-giusto in uno dei miei scarmigliati scritti. senza fare fatica. senza fare manovra. non occorre prescrizione medica.
Come sempre a questo punto, mi spiego:
Le particelle di metallo delle carrozze dei treni forgiate a caldo dalle sapienti mani di homo sapiens specializzati tendono col tempo a distaccarsi. Come le squame di un serpente distratto durante la muta. Tali evanescenti particelle si mescolano con l’atmosfera circostante fondendosi simbioticamente con gli elementi dell’aria che noi respiriamo o che semplicemente attraversiamo correndo verso il binario due.
Dunque i luoghi come le stazioni e le metropolitane colpiscono fisicamente i nostri occhi, aldilà della allegorica nostalgia.
E’ forse questo un simbolo di una punizione per la nostra bramosia di vedere-viaggiare-vivere-e-volere?
Di sicuro c’è che i nostri occhi aperti sono esposti a questi agenti e si arrossano.
in caso di effetti collaterali rivolgersi ad un medico.
È per tanto difficile non perdersi dentro una battaglia che sembra già una rivoluzione sociale:
Non sono i nostri occhi forse i figli più sinceri dei nostri sensi? Difficile non immaginare quelle nostre umide e fiduciose fenditure come le nostre fragili e un po’ hippy frontiere.
L’entrata più semplice. Quella immediatamente praticabile. la “prima a destra”. L’ingresso al pubblico. Uso esterno.
E pensare alle nostre civettuole ciglia come filari di fidati soldati a guardia del nostro stupore è davvero troppo fantasioso anche per un mio scritto.
La vista è dunque il senso più debole. quello che più si fida. quello che accetta le caramelle dai colori, di qualunque sfumatura siano fatti. è il senso che fa l’autostop e sale in macchina di ogni pixel sfrecciante.
Queste morbide e lacrimevoli cavità sono lì. a catturare immagini come fanno le zanzariere elettriche che attirano nella loro iride luminosa gli incauti e famelici ditteri.Tenere al riparo dalla luce. Conservare a temperatura inferiore di 25°.
Gli occhi si comportano come bambini curiosi ed instancabili per l’appunto. Ragazzini con una reticella in mano che corrono senza guardare dove mettono i piedi.
mi si perdoni per tanto la forzatura: gli occhi corrono senza guardare dove mettono i piedi. Tenere fuori dalla portata dei bambini.
Il nostro nervo ottico è solo un tubo catodico. Lo scarico di un lavandino che attira tutto al centro di un gorgo. La vista è dunque una spirale ingorda, un filtro stanco, un imbuto.
In altre parole: qualcuno fermi quei due piccoli matti. troppa fiducia, gente. Non ingerire.
Prometto di smetterla di imprimere un concetto ormai chiaro e di muovere il flusso delle parole verso il centro.
Torniamo un discorso indietro, torniamo in uno posto che non chiude mai: la stazione ed i problemi del suo ferroso pulviscolo punitore.
Tale scientifica ed attendibile rivelazione si è presentata alla mia curiosità, dopo la domanda di un corrugato oculista della mia città il quale mi interrogava sulle mie abitudini di deambulazione extra-urbana:
“Frequenta abitualmente stazioni ferroviarie?”
Devo ammettere che per un attimo, perduto in un contesto di visita-medica-odore-di-disinfettante-prego-attendere-che-lettera-è-questa? questo quesito mi ha fatto trasecolare; mi sono chiesto: che relazione c’è tra gli effluvi di Sua Maestà Imperatore IL Viaggio ed i miei molto prosaici problemi con le lenti a contatto? Non utilizzare dopo la data di scadenza.
Poi la spiegazione si è dipanata lenta e sta trovando casa come uno studente-fuori-sede-a-settembre dentro questa pagina bianca (il mio scrupoloso, pignolo e verde iride vuole farti sapere che la pagina del mio pc su cui scrivo è invece blu…)
Anche se la spiegazione di un ambiente urbano inquinato da materiale ferroso è una banale verità non sono riuscito a non perdermi dentro uno stock di domande della quali ti presento un trailer, un riassuntivo campionario come farebbe un professionale rappresentante di biancheria intima:
Quale sarà l’odore di quel ferrigno nemico? In che percentuale si mischia ai neon dei bar che vendono snack-al-cioccolato-che-copri-ma-normalmente-non-mangi? Quanto materiale di condensa c’è in quella atmosfera di eterna attesa? Quante scorie si annidano nella voce distaccata e sfuggente degli altoparlanti? Quante particelle nocive sono disciolte nei borsoni lasciati per terra, negli orari che cambiano, nel binario-che-non-è-questo, nei pantaloni blu e nelle visiere lucide di chi buca i nostri biglietti?
Quanto ferro che fa male agli occhi c’è in quel sogno di fare ancora in tempo?
Quanto ce n’è in quella paura di essere irrimediabilmente in ritardo?
E quanto ancora nella seducente chimera di avere la potenzialità di andare ovunque?
Un dedalo di domande. E come al solito poche informazioni. Nessuna cartina. Scarso il servizio in questa metropolitana di idee. Non utilizzare il prodotto in caso di allergia ad uno dei componenti (vedere foglietto illustrativo allegato)
Il punto è che io sono innamorato delle stazioni. Ed i miei occhi sono sempre aperti.
voraci come le zanzare che ho giustiziano in una metafora qualche rigo fa’.
E l’idea che tutto questo possa essere nocivo per i miei due-oblò-che-danno-sul-mare mi fa male più dei sopraccitati elementi di scarto. Evitare il contatto del contagocce con la superficie oculare.
A questo punto del monologo è d’obbligo, per sincerità stilistica e chiarezza espositiva, svelare la maschera: l’idea di queste righe è che sei tu – e non le povere e lente stazioni - a fare male alla mia retina.
Ad essere talmente pregna di particelle in sospensione da arrossare i miei occhi.
Ad essere plancton brulicante per i miei fanoni affamati.
So di certo che guardarti mi fa bruciare gli occhi, come le eclissi che ti costringono a distogliere lo sguardo. Mi fa male guardati perché è come se tu contenessi talmente tante immagini da fare forza sul mio povero spettro visivo.
Certo non mi stanco di avere gli occhi aperti. rossi. di guardare con le mani davanti agli occhi come davanti ad un film dell’orrore: occhi che non si chiudono e sbirciano spaventati e curiosi tra le dita.
Mi fa male guardarti. Perché il mio dizionario della lingua italiana mi ha spiegato che ti accorgi dell’insieme di minute particelle in sospensione solo quando un raggio di sole lo attraversa togliendo la maschera a quello che lui chiama “pulviscolo atmosferico”.
Mi fa male guardarti.
perché è come se tu contenessi tutto il ferro in sospensione delle stazioni
che sfavilla negli occhi tuoi come carrozze di prima classe.
che luccicano come coriandoli in controluce.
Ed è come se tu pungessi le labbra come una pioggia che non vedo.
Ed è come se fossi proprio tu
a far corrugare l’espressione del mio oculista preoccupato.

A chi mi fa male agli occhi tanto è bella.


 

 

 

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