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Sommario
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Il dono
Prendi un sorriso,
regalalo a chi non
l'ha mai avuto.
Prendi un raggio
di sole,
fallo volare là
dove regna la notte.
Scopri una
sorgente,
fa bagnare chi
vive nel fango.
Prendi una
lacrima,
posala sul volto
di chi non ha pianto.
Prendi il
coraggio,
mettilo nell'animo
di chi non sa lottare.
Scopri la vita,
raccontala a chi
non sa capirla.
Prendi la
speranza,
e vivi nella sua
luce.
Prendi la bontà,
e donala a chi non
sa donare.
Scopri l'amore,
e fallo conoscere
al mondo.
Mahtma
Gandhi |
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Massimo Sciortino, Giuramento, 160 pp. 10 euro
Un giallo siciliano a sfondo mafioso.
Acquista
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QUANDO TORNA
di Roberto Pallocca
(www.robertopallocca.it)
Robin edizioni, 2007
La vita di Fernando,
ottantatreenne romano, scorre serena, finché un giorno
una lettera arrivata da oltre oceano apre vecchie
ferite, facendo riaffiorare ricordi messi dolorosamente
a tacere molti anni prima. Il protagonista ritorna
indietro nel tempo, fino a rivedersi giovane, nella Roma
fascista, città magica e confusa, alle prese con i
misteri del primo amore. Lui di famiglia umile, ignaro
di ciò che accade al Paese, lei, Rossana, americana ed
emancipata, insegue gli ideali della libertà. La
relazione tra i due giovani procede assieme alla
consapevolezza del dramma che vive l'Italia, attraverso
un amore che inizierà entrambi alla maturità, e il cui
senso profondo si svelerà al protagonista solo alla
fine.
Acquista
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D'APOLITO
GIUSEPPE |
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PREZZO: 5.50 |
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REPARTO: Varia |
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GRUPPO: Poesia |
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EDITORE: GUIDA EDITORI |
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N.
PAG.: 101 |
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ANNO
PUB.:
2004 |
|
RILEGATURA: Brossura |
Acquista
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Le cose che ho imparato nella vita:
-Che non importa quanto sia buona una persona,
ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi
per distruggerla.
-Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo
che gli amici cambiano.
-Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza
su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
-Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti,o essi
controlleranno te.
-Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno
fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
-Che la pazienza richiede molta pratica.
-Che ci sono persone che ci amano, ma che
semplicemente non sanno come dimostrarlo.
-Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà
il colpo mortale quando cadrai,è invece una di quelle poche che ti
aiuteranno a rialzarti.
-Che solo perché qualcuno non ti ama come tu
vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.
-Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni
sono sciocchezze:sarebbe una tragedia se lo credesse.
-Che non sempre è sufficiente essere perdonato da
qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te
stesso.
-Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è
spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
-Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente
sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente
la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
-Quando la porta della felicità si chiude,
un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella
chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
-La miglior specie d'amico è quel tipo con cui
puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una
parola, e quando vai via senti che è come se fosse stata la miglior
conversazione mai avuta.
-È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima
di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato
prima che arrivi.
-Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno,
un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita
per dimenticarlo.
-Non cercare le apparenze, possono ingannare.
-Non cercare la salute, anche quella può
affievolirsi.
-Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci
vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
-Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
-Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti
manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni
per abbracciarlo davvero!
-Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che
vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le
cose che vuoi fare.
-Puoi avere abbastanza felicità da renderti
dolce,difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza
da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
-Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti
stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
-Le più felici delle persone, non necessariamente
hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni
cosa che capita sul loro cammino.
-L'amore comincia con un sorriso, cresce con un
bacio e finisce con un the.
-Il miglior futuro è basato sul passato
dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare
andare i tuoi fallimenti passati e tuoi dolori.
-Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno
a te sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu
sia l'unico che sorride e ognuno intorno a te piange.
Paulo Coelho
IL PUPAZZO
Se
per un istante Dio dimenticasse che io sono un pupazzo di stracci e
mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi
tutto cio' che penso ma in definitiva penserei tutto quello che
dico. Darei valore alle cose, non per cio' che valgono ma per quello
che significano. Dormirei poco, sognerei di piu', comprendendo che
per ogni minuto che teniamo chiusi gli occhi perdiamo sessanta
secondi di luce. Andrei quando i piu' si trattengono, starei sveglio
quando i piu' dormono. Ascolterei quando i piu' parlano, e come
gusterei un buon gelato di cioccolata. Se Dio mi facesse la grazia
di un pezzo di vita, vestirei leggero, mi allungherei disteso al
sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo ma anche la mia anima.Mio
Dio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sopra il ghiaccio
e attenderei l'arrivo del sole. Dipingerei un poema di Benedetti
sopra le stelle con un sogno di van Gogh, e una canzone di Serrat
sarebbe la serenata che offrirei alla luna. Irrigherei con le mie
lacrime le rose, per sentire il dolore delle spine e il bacio
incarnato dei loro petali… Dio mio, se avessi un pezzo di vita…Non
lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo, che
la amo. Convincerei ogni donna o uomo che sono loro i miei favoriti
e vivrei innamorato dell'amore. Agli uomini proverei quanto si
sbagliano pensando che si smette di innamorarsi quando si invecchia,
senza sapere che si invecchia quando si smette di innamorarsi. A un
bambino darei ali, ma lascerei che da solo imparasse a volare. Ai
vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con il
dimenticare. Tante cose ho appreso da voi uomini…Ho appreso che
tutto il mondo vuole vivere sulla cima della montagna, senza sapere
che la vera felicita' sta nel modo di salire la scarpata. Ho appreso
che quando un neonato afferra con il suo piccolo pugno, per la prima
volta, il dito di suo padre, lo tiene intrappolato per sempre. Ho
appreso che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall'alto in
basso soltanto quando deve aiutarlo ad alzarsi. Sono tante le cose
che ho potuto imparare da voi, ma alla fine non potranno servirmi
molto perche'quando mi riporranno dentro questa valigia, purtroppo
io staro' morendo
Gabriel Garcia Marquez
Eurostar
“ Buongiorno malinconia”. Così come ogni mattina Sauro Iacobelli
si destava dal torpore del suo ultimo sonno, e la prima frase che
gli veniva alla mente era appunto “ buongiorno malinconia”. Sauro
Iacobelli era un semigiovane di quasi quarantaquattro anni, il suo
aspetto lo si sarebbe potuto tranquillamente definire “ normale “.
Di altezza media, non superava di molto il peso forma ideale per un
uomo della sua corporatura. Curato quanto basta nel suo aspetto
Sauro cominciava proprio in questi anni ad avere una capigliatura
brizzolata di un candido bianco. Sintomo questo forse di una
maturità improvvisa, o forse il risultato di una predestinazione
genetica ereditata dai suoi torposi e ultra-anziani genitori
pensionati. L’aria e la luce di quella mattinata romana facevano
dileguare per qualche ora il senso di apatia alla vita di Sauro. Di
certo quella non era una condizione abituale per lui, abituato come
era ad avere sempre molti amici accanto questo periodo lo vedeva
straordinariamente solo ed immerso nel passato, per via di una
relazione sentimentale fallita nel quale egli aveva cominciato a
credere. Ora più che mai si colpevolizzava per il fatto di aver
inteso quel rapporto come l’unico motivo trainante del suo essere,
escludendo quasi senza rendersene conto i vecchi affetti che molto
avevano contato per lui. Spinto dunque dal solo impegno lavorativo
diede una rapida occhiata alla sua non modernissima radiosveglia
posta sul comodino e quasi automaticamente si infilò i suoi abiti da
viaggio. Dando cura all’igiene tutta della sua persona , si trovò in
pochi minuti pronto e seduto nel suo misero angolo cucina a
riempirsi non smisuratamente lo stomaco con biscotti e caffèlatte.
Abitava da solo Sauro, da ormai cinque anni ed aveva preso in
affitto un monolocale vicino il suo ufficio. Sauro Iacobelli era
impiegato presso una nota azienda della capitale, dove le sue
mansioni non si limitavano quasi mai al semplice disbrigo di
noiosissime pratiche delle quali era sempre colma la sua scrivania.
Ma date le sue caratteristiche fisiche e comportamentali veniva
anche utilizzato dal suo capo reparto per mantenere alcuni rapporti
commerciali con un’altra azienda analoga alla sua, che aveva gli
uffici nel pieno centro storico di Torino. Così, inforcati i suoi
occhiali ed agguantata la sua ventiquattrore si diresse verso la
stazione per prendere il solito treno che lo avrebbe portato dopo il
solito viaggio fino a destinazione. Durante il tragitto tutto, la
sua mente scandagliava con solerte minuziosità le varie azioni che
avrebbe dovuto compiere in quella giornata lavorativa. Il suo passo
era svelto e deciso, mentre la sicurezza della buona riuscita del
suo incarico, infondevano in lui una sensazione di autostima che
difficilmente riusciva a provare in altre occasioni. Giunto al fine
nei pressi del suo binario, Sauro vidimò nella ormai conosciutissima
macchinetta gialla il suo biglietto di viaggio. Biglietto che gli fu
consegnato il giorno prima dalle sudatissime e goffe mani della
segretaria amministrativa del suo reparto. La vidimazione del titolo
di viaggio, così come il dirigersi verso il vagone stabilito e
prendere possesso del posto assegnato era di una tale routine, che
quasi non si curava degli ostacoli o delle persone che incontrava
sul suo cammino. Preso il posto, diede uno sguardo quasi per
gentilezza e buona educazione agli avventori che aveva non molto
lontano. Nella sua immaginazione cercava , così come in ogni viaggio
che faceva di visualizzare con l’immaginazione la persona che
avrebbe preso il posto di fronte al suo. Ma Sauro non fantasticava
neanche lontanamente quello che il destino aveva riservato per
quella sua giornata. Vide avvicinarsi verso di lui la più esile
delle figure che i suoi piccoli occhiali ebbero mai focalizzato.
Dondolando un piccolo bagaglio portato con impaccio quasi infantile
ed una andatura sinuosa, si avvicinò una splendida ragazza bruna,
con lunghi capelli di color carbone ed un volto del quale nessun
pittore contemporaneo o trapassato avrebbe mai potuto cogliere la
raggiante vitalità. Con educazione quasi conseguente alla sua figura
si rivolse nei confronti di Sauro chiedendo un aiuto per posizionare
il piccolo ingombro nell’apposito ripiano al di sopra del sedile di
accanto a lui. Nessuna esitazione, nessun dubbio la cortesia di
quell’essere non lasciava margine alcuno. Ella venne aiutata e
ripagata con la stessa cortese moneta con la quale si presentò. A
rompere il ghiaccio fu proprio lei che non appena fuori dalla
stazione si rivolse verso Sauro facendo dei cordiali apprezzamenti
sul clima della capitale. Così si accese la discussione, e dal tempo
si passò ad altri argomenti di interesse generale come il traffico e
la carenza di servizi pubblici adatti al giusto uso del cittadino. I
loro sguardi si incrociavano con una frequenza quasi regolare e,
come per caso quando gli occhi di lui cercavano conferma nello
sguardo di lei venivano ampliamente ripagati. Si chiamava Linda.
Linda Bucci, era una rappresentante tirocinante di una casa di moda
Torinese , “e in cosa altro si sarebbe potuta impegnare una tale dea
“ pensò Sauro. Era venuta a Roma per prendere dei contatti con una
boutique di via condotti, e stava tornando in ufficio per stilare
una relazione sull’incontro avvenuto, prima di ritirarsi nel suo
appartamento dove avrebbe sostenuto un lungo e meritato sonno
riparatore. Il viaggio proseguì, e proseguì anche la conoscenza di
Linda e Sauro. Arrivati nella stazione di Firenze il treno fece una
sosta annunciata più lunga del solito, Sauro colse al volo
l’occasione per scendere a comprare qualche rivista. Sapeva molto
bene dentro di se che non avrebbe mai letto quegli ammazzatempo,
almeno durante quel viaggio visto che la compagnia che ora aveva,
offuscava il suo desiderio di distrazione. Nel mentre Linda
approfittò della pausa per andare nella toilette e come tutte le
donne fanno quando si intrattengono con una persona piacevole del
sesso opposto, si diede una controllata ed una conseguente ritoccata
a capelli; viso; e chi sa cosa altro. Naturalmente Linda non aveva
alcun bisogno di artifici aggiunti atti a far risaltare la luce
della sua bellezza, ma il suo istinto di donna le diceva che quella
era la cosa più saggia da fare. Sauro dal canto suo avvertiva
davanti all’edicola , le sue gambe che non rispondevano più ai suoi
comandi . Si chiedeva il perché mai una cosa così bella fosse
capitata proprio a lui, a lui che fino a prima di salire su quel
treno si sentiva colpevole nei confronti della di se stesso e di
tutte le persone in generale. La scelta della rivista , avvenne come
è facile immaginare totalmente a caso, così dopo aver pagato senza
neanche curarsi della spesa e del successivo resto dato dal
sonnolente edicolante, si diresse di nuovo verso il suo vagone con
una tale leggerezza ed agilità che lui stesso stentava quasi a
riconoscere. Giunsero insieme ai rispettivi sedili. Linda dalla
toilette e Sauro dalla stazione. Si misero seduti quasi all’unisono,
ed il treno riprese di lì a poco la sua inesorabile marcia. Non
passò molto tempo che subito la conversazione tra i due si rianimò
di nuovo interesse, era chiaro così come il cielo di quella giornata
che ora entrambi provavano le stesse aspettative e cominciavano ad
avere le stesse illusioni per il futuro prossimo. Attimi di ilarità
si susseguirono tra i due, ilarità che trovò la sua punta massima
quando Sauro mostrò la rivista acquistata alla stazione di Firenze a
Linda. Nell’agitazione e nelle mille fantasticherie che egli si era
fatto in quei pochi minuti, Sauro non si accorse che aveva
acquistato una rivista di uncinetto. Il nostro eroe non era certo
tipo da lavoro ai ferri, e Linda questo lo capì subito tanto che
dopo una lunga risata mise mano alla sua quasi collegiale
educazione, giustificando la scelta del suo nuovo amico asserendo
che sicuramente quelle pagine sarebbero state destinate ad una donna
della sua casa: la nonna o la madre. Possibile non cogliere quell’affermazione
per uscire dalla mala figura fatta? Certamente no, così il tutto si
risolse con un’ulteriore risata. Nei brevi momenti di pausa che
l’inaspettato incontro concedeva, Linda si domandava cosa avrebbe
mai voluto da lei quel ragazzo un po’ troppo cresciuto e si chiedeva
se fosse stato giusto dare tanta confidenza ad un estraneo in un
incontro come quello, ma gli occhi sinceri di Sauro ed i suoi modi
educati fugarono in Linda ogni dubbio rispetto a quello che stava
facendo. Si sa, gli incontri piacevoli sono come un bel cesto di
ciliegie, e delle discussioni da loro scaturite non se ne è mai
sazi. L’intesa continuò così fino ad arrivare nelle vicinanze di
Bologna, e fu proprio accarezzata dalla vista di quelle distese di
frutteti tipici della pianura romagnola che Linda si sentì
completamente sicura della bontà del suo interlocutore, mentre da
parte di Sauro cresceva il desiderio e l’audacia che aveva ormai
accantonato nei confronti delle donne. Galeotto fu il vetro dello
scompartimento che all’improvviso, quasi come mosso da vita propria
si aprì. Ormai durante quel viaggio i voleri di quelle due esistenze
si fusero ripetutamente e così all’unisono si alzarono dai propri
sedili per mettere mano al finestrino impertinente, si trovarono
faccia a faccia, occhi negli occhi, i loro odori si mescolarono in
una tale fragranza della quale tutti e due non poterono non
percepirne l’aroma. Come la migliore scuola insegna fu l’uomo a
prendere l’audace iniziativa di porre le proprie labbra a stretto
contatto con quelle di lei, in questo modo proprio come un antico
cavaliere Sauro attese qualche frazione di secondo, sperando da lei
una risposta al suo gesto. Nella mente di Linda passarono in quegli
attimi fiumi di pensieri, che giunti alla loro foce diedero una
risposta decisa. Le labbra di Linda si unirono così a quelle di
Sauro in un lungo e quasi fotoromanzesco bacio appassionato,
sembrava dunque che le loro appendici amorose si fossero saldate le
une alle altre quasi come due diversi liquidi compatibili tra loro.
Fu un sobbalzo improvviso del vagone ad interrompere quella che
sembrava essere tra i due la medicina a tutti i loro mali.
Incredibile, le traversine imperfette dei binari li fecero
amalgamare e le stesse traversine li divisero. Ormai era fatta,
pensarono i due. Dopo quegli attimi ne seguirono altri, tanto era il
desiderio reciproco di tenerezza ed affetto che nessun rallentamento
improvviso, nessun addetto del personale, niente più riuscì a
distrarre l’idillio d’amore improvviso che si formò in quel metro
quadro sotto i loro piedi. L’amore si sa è veramente una questione
indecifrabile, e questo Linda e Sauro non lo ricordavano in quei
momenti. Nessuno dei due avrebbe mai immaginato cosa altro avrebbe
riservato il fato in quel viaggio per loro, non pensavano neanche
lontanamente che quell’incontro così perfetto si sarebbe trasformato
prima di giungere a destinazione nella più grande delle delusioni.
Gli eventi si accavallarono tanto rapidamente nei minuti precedenti
l’arrivo, che niente mai in natura sarebbe stato più veloce. Fu
dalla borsetta di Linda che distrattamente fece capolino una
fotografia i bianco e nero. Sauro, preso come era dal conoscere
tutto di quella ragazza volle a tutti i costi interessarsi di quello
scatto. Quasi pretese di vederla , Linda acconsentì con qualche
ritrosia ma cosciente di quello che le stava accadendo, si preparò a
rendere noto al suo compagno di viaggio il senso di quell’istantanea.
“ sono i miei genitori “ disse “ non li ho mai conosciuti, di loro
mi rimane solo questa foto ed un immenso rimorso “. Mentre lo diceva
i suoi occhi si velarono come se tutta la sofferenza della sua vita
da orfana riaffiorasse improvvisamente. Sauro rimase impressionato e
commosso da quel sentimento scaturito così spontaneo, tanto che non
prestò troppa attenzione ai volti dei due personaggi distesi su di
un immenso prato fiorito, abbracciati e sereni. Ma se la curiosità è
una prerogativa tipicamente femminile, ma anche agli uomini non ne
difettano di certo, così Sauro impegnò il suo interesse in quella
foto. Il volto gli si fece pallido, il sangue si raggelò, le mani
gli cominciarono a tremare come se una corrente sinuosa si fosse
impadronita di lui. Non riusciva più a parlare, ad esprimere il suo
sgomento. Non si rendeva conto che la ghigliottina del destino era
precipitata inesorabile sul suo nudo collo. Riconobbe per prima cosa
il prato e le case che facevano da sfondo ai due probabili amanti
raffigurati, erano le case del suo quartiere, era il prato dove lui
scorrazzava felice nei primi anni della sua infanzia. Linda venne
pervasa dallo stesso stupore interrogativo del quale era stato
rapito Sauro, e come lui ora non sapeva cosa pensare , cosa dire.
L’annuncio negli altoparlanti dell’imminente arrivo alla stazione di
Torino ruppe il silenzio che come una nebbia mattutina era sceso tra
i due. Erano i genitori di Sauro, erano loro nel fiore della
giovinezza, erano i torposi fattori della sua esistenza. I baci
finirono, le parole cessarono. Non si avvertiva più nell’ormai uomo
quello sguardo intrigante che tanto ammaliò Linda. Una sola frase
pronunciata con tremolante voce chiuse per sempre le porte del
paradiso: “ sono mio padre e mia madre “. L’EUROSTAR iniziò le
manovre di frenata e lentamente guidato dagli scambi si inserì
all’interno della stazione di Torino. Baci; abbracci; speranze
covate durante il tragitto lasciarono il posto a silenzi che nessuna
spiegazione avrebbe mai potuto estinguere. Con la calma e la
lentezza di due sportivi sconfitti negli ultimi momenti della gara,
lentamente si apprestarono alla discesa dal treno. Sauro non poté
non aiutare “ sua sorella “ con il bagaglio che solo poche ore prima
aveva lui stesso posizionato con il cuore gonfio di speranze.
(L’amore è veramente una questione inestricabile, proprio quando
tutto sembra volgere per il meglio si scopre che non si è mai sicuri
fino in fondo) pensò Linda. Ormai Sauro non parlava più, e si capiva
benissimo che non aveva nessuna intenzione di relazionarsi ancora
con quella donna, era tornato di colpo nello spazio di un percorso
malinconico e deluso. Pensava che se il destino si accanisse tanto
nei suoi confronti forse era perché aveva sbagliato qualcosa,
compiuto qualche abominevole sopruso. Ma niente, niente che la sua
mente riuscisse a ricordare, nulla scandagliando il suo passato
avrebbe mai potuto meritare il presente che gli si volgeva sotto gli
occhi. Come una nave in balia delle onde così la sua vita
sentimentale era totalmente fuori dal suo controllo. Il coraggio
della verità è una dote rara, e Linda ne possedeva da vendere tanto
che fu proprio lei nel momento della separazione, quando le loro
strade si sarebbero divise per sempre a cercare ancora un contatto
con quella persona che per lei in ogni caso sarebbe stata la chiave
delle risposte alle sue domande più radicate. Di certo il conforto
di lei nell’aver ritrovato la propria famiglia medicava in parte la
ferita che aveva nel cuore, mentre la stessa ferita nel cuore di
Sauro rimaneva ora, e forse lui pensava per sempre viva e dolorosa.
Ci volle tutta la buona educazione di Linda nel trovare le parole
adatte per non colpire ulteriormente la sensibilità di Sauro, e
davvero ci volle tutta la forza di quel giovane uomo nell’accettare
l’ulteriore sconfitta che la sua anima si trovò innanzi. Il freddo
clima di Torino non aiutò di certo l’operazione chirurgica che si
stava compiendo tra i due, ma con la stima reciproca che scaturì dal
loro incontro riuscirono a trascorrere insieme ancora del tempo.
Così presero lo stesso taxi e decisero di parlare ancora e mangiare
qualcosa insieme. La rinuncia a quello che è il motivo trainante del
mondo, l’abbandono di mille speranze per quello che sarebbe stato il
loro futuro, non avvenne di certo nello spazio di quel pasto. Molto
tempo dovette passare da allora affinché i nostri due sfortunati
personaggi si rincontrarono. Ma la vita vince sempre, così che gli
ultra-anziani pensionati un bel giorno uscirono per sempre dal loro
atavico torpore e riabbracciarono ancora una volta quella figlia
della quale si disfarono molto tempo prima, per cause indipendenti
dalla loro volontà.
Alessandro Reali
Il pulviscolo ferroso delle stazioni
Il
pulviscolo ferroso delle stazioni ferroviarie si posa sugli
occhi aperti di chi è in transito e causa arrossamenti curabili
con specifici trattamenti oftalmici umettanti a base di
nafazolina nitrato (mg80).
Capita a chi abbia dimestichezza con gli spostamenti in vagone
di imbattersi in questa incidentale e fastidiosa realtà; un
fatto talmente piccolo, da entrare giusto-giusto in uno dei miei
scarmigliati scritti. senza fare fatica. senza fare manovra. non
occorre prescrizione medica.
Come sempre a questo punto, mi spiego:
Le particelle di metallo delle carrozze dei treni forgiate a
caldo dalle sapienti mani di homo sapiens specializzati tendono
col tempo a distaccarsi. Come le squame di un serpente distratto
durante la muta. Tali evanescenti particelle si mescolano con
l’atmosfera circostante fondendosi simbioticamente con gli
elementi dell’aria che noi respiriamo o che semplicemente
attraversiamo correndo verso il binario due.
Dunque i luoghi come le stazioni e le metropolitane colpiscono
fisicamente i nostri occhi, aldilà della allegorica nostalgia.
E’ forse questo un simbolo di una punizione per la nostra
bramosia di vedere-viaggiare-vivere-e-volere?
Di sicuro c’è che i nostri occhi aperti sono esposti a questi
agenti e si arrossano.
in caso di effetti collaterali rivolgersi ad un medico.
È per tanto difficile non perdersi dentro una battaglia che
sembra già una rivoluzione sociale:
Non sono i nostri occhi forse i figli più sinceri dei nostri
sensi? Difficile non immaginare quelle nostre umide e fiduciose
fenditure come le nostre fragili e un po’ hippy frontiere.
L’entrata più semplice. Quella immediatamente praticabile. la
“prima a destra”. L’ingresso al pubblico. Uso esterno.
E pensare alle nostre civettuole ciglia come filari di fidati
soldati a guardia del nostro stupore è davvero troppo fantasioso
anche per un mio scritto.
La vista è dunque il senso più debole. quello che più si fida.
quello che accetta le caramelle dai colori, di qualunque
sfumatura siano fatti. è il senso che fa l’autostop e sale in
macchina di ogni pixel sfrecciante.
Queste morbide e lacrimevoli cavità sono lì. a catturare
immagini come fanno le zanzariere elettriche che attirano nella
loro iride luminosa gli incauti e famelici ditteri.Tenere al
riparo dalla luce. Conservare a temperatura inferiore di 25°.
Gli occhi si comportano come bambini curiosi ed instancabili per
l’appunto. Ragazzini con una reticella in mano che corrono senza
guardare dove mettono i piedi.
mi si perdoni per tanto la forzatura: gli occhi corrono senza
guardare dove mettono i piedi. Tenere fuori dalla portata dei
bambini.
Il nostro nervo ottico è solo un tubo catodico. Lo scarico di un
lavandino che attira tutto al centro di un gorgo. La vista è
dunque una spirale ingorda, un filtro stanco, un imbuto.
In altre parole: qualcuno fermi quei due piccoli matti. troppa
fiducia, gente. Non ingerire.
Prometto di smetterla di imprimere un concetto ormai chiaro e di
muovere il flusso delle parole verso il centro.
Torniamo un discorso indietro, torniamo in uno posto che non
chiude mai: la stazione ed i problemi del suo ferroso pulviscolo
punitore.
Tale scientifica ed attendibile rivelazione si è presentata alla
mia curiosità, dopo la domanda di un corrugato oculista della
mia città il quale mi interrogava sulle mie abitudini di
deambulazione extra-urbana:
“Frequenta abitualmente stazioni ferroviarie?”
Devo ammettere che per un attimo, perduto in un contesto di
visita-medica-odore-di-disinfettante-prego-attendere-che-lettera-è-questa?
questo quesito mi ha fatto trasecolare; mi sono chiesto: che
relazione c’è tra gli effluvi di Sua Maestà Imperatore IL
Viaggio ed i miei molto prosaici problemi con le lenti a
contatto? Non utilizzare dopo la data di scadenza.
Poi la spiegazione si è dipanata lenta e sta trovando casa come
uno studente-fuori-sede-a-settembre dentro questa pagina bianca
(il mio scrupoloso, pignolo e verde iride vuole farti sapere che
la pagina del mio pc su cui scrivo è invece blu…)
Anche se la spiegazione di un ambiente urbano inquinato da
materiale ferroso è una banale verità non sono riuscito a non
perdermi dentro uno stock di domande della quali ti presento un
trailer, un riassuntivo campionario come farebbe un
professionale rappresentante di biancheria intima:
Quale sarà l’odore di quel ferrigno nemico? In che percentuale
si mischia ai neon dei bar che vendono
snack-al-cioccolato-che-copri-ma-normalmente-non-mangi? Quanto
materiale di condensa c’è in quella atmosfera di eterna attesa?
Quante scorie si annidano nella voce distaccata e sfuggente
degli altoparlanti? Quante particelle nocive sono disciolte nei
borsoni lasciati per terra, negli orari che cambiano, nel
binario-che-non-è-questo, nei pantaloni blu e nelle visiere
lucide di chi buca i nostri biglietti?
Quanto ferro che fa male agli occhi c’è in quel sogno di fare
ancora in tempo?
Quanto ce n’è in quella paura di essere irrimediabilmente in
ritardo?
E quanto ancora nella seducente chimera di avere la potenzialità
di andare ovunque?
Un dedalo di domande. E come al solito poche informazioni.
Nessuna cartina. Scarso il servizio in questa metropolitana di
idee. Non utilizzare il prodotto in caso di allergia ad uno dei
componenti (vedere foglietto illustrativo allegato)
Il punto è che io sono innamorato delle stazioni. Ed i miei
occhi sono sempre aperti.
voraci come le zanzare che ho giustiziano in una metafora
qualche rigo fa’.
E l’idea che tutto questo possa essere nocivo per i miei
due-oblò-che-danno-sul-mare mi fa male più dei sopraccitati
elementi di scarto. Evitare il contatto del contagocce con la
superficie oculare.
A questo punto del monologo è d’obbligo, per sincerità
stilistica e chiarezza espositiva, svelare la maschera: l’idea
di queste righe è che sei tu – e non le povere e lente stazioni
- a fare male alla mia retina.
Ad essere talmente pregna di particelle in sospensione da
arrossare i miei occhi.
Ad essere plancton brulicante per i miei fanoni affamati.
So di certo che guardarti mi fa bruciare gli occhi, come le
eclissi che ti costringono a distogliere lo sguardo. Mi fa male
guardati perché è come se tu contenessi talmente tante immagini
da fare forza sul mio povero spettro visivo.
Certo non mi stanco di avere gli occhi aperti. rossi. di
guardare con le mani davanti agli occhi come davanti ad un film
dell’orrore: occhi che non si chiudono e sbirciano spaventati e
curiosi tra le dita.
Mi fa male guardarti. Perché il mio dizionario della lingua
italiana mi ha spiegato che ti accorgi dell’insieme di minute
particelle in sospensione solo quando un raggio di sole lo
attraversa togliendo la maschera a quello che lui chiama
“pulviscolo atmosferico”.
Mi fa male guardarti.
perché è come se tu contenessi tutto il ferro in sospensione
delle stazioni
che sfavilla negli occhi tuoi come carrozze di prima classe.
che luccicano come coriandoli in controluce.
Ed è come se tu pungessi le labbra come una pioggia che non
vedo.
Ed è come se fossi proprio tu
a far corrugare l’espressione del mio oculista preoccupato.
A chi mi fa male agli occhi tanto è
bella.
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Congedo del
Viaggiatore cerimonioso
Amici, credo che sia
meglio per me ricominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po' di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l'ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite, è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte;
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell'inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene granché:
tanto ch'io mi domando perché
l'ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l'avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l'uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch'essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, ch'era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo - ed è normale
anche questo - odiati
su più d'un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos'importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l'ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m'ha chiesto s'io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al "vero" Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all'amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.
GIORGIO CAPRONI
Io ti chiesi
Io ti
chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.
Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste
Hermann Hesse
Il tuo sorriso
Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l'aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.
Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l'acqua che d'improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d'argento che ti nasce.
Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d'aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.
Pablo Neruda
Alla vita
La vita non
è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
amo in te l'impossibile
ma non la disperazione.
Nazim Hikmet
16 Settembre 1996
"Sfumano i miei pensieri
come gli azzurri di questo giorno
e si perdono nel mare
stille di profondo
Pezzi di cuore
restano su quel treno
in balia di ricordi
mai avuti,
sempre negati
E poi un altro treno
per arrivare alla pace
al riposo dell'anima
al colore dei sensi
Di nuovo ogni istante
è come se volesse piovere,
ho occhi ormai stanchi...
ma fermo la caduta
per pudore,
per paura di annegare.
Ciao papà".
Il treno e i sorrisi
"Se
il treno scappa
Non tentare di rincorrerlo:
andrà troppo forte per te.
Se non arriva mai
Il pensiero giusto non cercarlo,
non illuderti
di trovare ciò che
mille uomini prima di te
hanno cercato inutilmente.
Se non ti va di sorridere
Non pensare alla vita,
Se non ti va di piangere
Non pensare che la tua
Vita è fatta per sorridere".
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