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La meditazione

La nostra paura più profonda

non è di essere inadeguati.

La nostra paura più profonda,

è di essere potenti oltre ogni limite.

E' la nostra luce, non la nostra ombra,

a spaventarci di più.

Ci domandiamo:  "Chi sono io per essere brillante,  pieno di talento, favoloso? "

In realtà chi sei tu per NON esserlo?

Siamo figli di Dio.

Il nostro giocare in piccolo,

non serve al mondo.

Non c'è nulla di illuminato

nello sminuire se stessi cosicchè gli altri

non si sentano insicuri intorno a noi.

Siamo tutti nati per risplendere,

come fanno i bambini.

Siamo nati per rendere manifesta

la gloria di Dio che è dentro di noi.

Non solo in alcuni di noi:

è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce

di risplendere, inconsapevolmente diamo

agli altri la possibilità di fare lo stesso.

E quando ci liberiamo dalle nostre paure,

la nostra presenza

automaticamente libera gli altri.

Nelson Mandela


 

Il dono

Prendi un sorriso,

regalalo a chi non l'ha mai avuto.

Prendi un raggio di sole,

fallo volare là dove regna la notte.

Scopri una sorgente,

fa bagnare chi vive nel fango.

Prendi una lacrima,

posala sul volto di chi non ha pianto.

Prendi il coraggio,

mettilo nell'animo di chi non sa lottare.

Scopri la vita,

raccontala a chi non sa capirla.

Prendi la speranza,

e vivi nella sua luce.

Prendi la bontà,

e donala a chi non sa donare.

Scopri l'amore,

e fallo conoscere al mondo.

Mahtma Gandhi


 

 
 

 

Massimo Sciortino, Giuramento, 160 pp. 10 euro

Un giallo siciliano a sfondo mafioso.
 
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QUANDO TORNA

di Roberto Pallocca (www.robertopallocca.it)

Robin edizioni, 2007

 

La vita di Fernando, ottantatreenne romano, scorre serena, finché un giorno una lettera arrivata da oltre oceano apre vecchie ferite, facendo riaffiorare ricordi messi dolorosamente a tacere molti anni prima. Il protagonista ritorna indietro nel tempo, fino a rivedersi giovane, nella Roma fascista, città magica e confusa, alle prese con i misteri del primo amore. Lui di famiglia umile, ignaro di ciò che accade al Paese, lei, Rossana, americana ed emancipata, insegue gli ideali della libertà. La relazione tra i due giovani procede assieme alla consapevolezza del dramma che vive l'Italia, attraverso un amore che inizierà entrambi alla maturità, e il cui senso profondo si svelerà al protagonista solo alla fine.

 

 

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D'APOLITO GIUSEPPE
 
 Libro  

PREZZO: 5.50  

 

 

REPARTO: Varia

GRUPPO: Poesia

EDITORE: GUIDA EDITORI 

N. PAG.: 101 

ANNO PUB.: 2004

RILEGATURA: Brossura 

 

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Le cose che ho imparato nella vita: 

 

-Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni. 
Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla. 

-Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano. 

-Che le circostanze e l'ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi. 

-Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti,o essi controlleranno te. 

-Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze. 

-Che la pazienza richiede molta pratica. 

-Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo. 

-Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai,è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti. 

-Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso. 

-Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze:sarebbe una tragedia se lo credesse. 

-Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso. 

-Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari. 

-Forse Dio vuole che incontriamo un po' di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo. 

-Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi. 

-La miglior specie d'amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti che è come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta. 

-È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi. 

-Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un'ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo. 

-Non cercare le apparenze, possono ingannare. 

-Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi. 

-Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia. 

-Trova quello che fa sorridere il tuo cuore. 

-Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero! 

-Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare. 

-Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce,difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice. 

-Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così. 

-Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino. 

-L'amore comincia con un sorriso, cresce con un bacio e finisce con un the. 

-Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e tuoi dolori. 

-Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l'unico che sorride e ognuno intorno a te piange. 


Paulo Coelho 


 

IL PUPAZZO

Se per un istante Dio dimenticasse che io sono un pupazzo di stracci e mi regalasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto cio' che penso ma in definitiva penserei tutto quello che dico. Darei valore alle cose, non per cio' che valgono ma per quello che significano. Dormirei poco, sognerei di piu', comprendendo che per ogni minuto che teniamo chiusi gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce. Andrei quando i piu' si trattengono, starei sveglio quando i piu' dormono. Ascolterei quando i piu' parlano, e come gusterei un buon gelato di cioccolata. Se Dio mi facesse la grazia di un pezzo di vita, vestirei leggero, mi allungherei disteso al sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo ma anche la mia anima.Mio Dio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sopra il ghiaccio e attenderei l'arrivo del sole. Dipingerei un poema di Benedetti sopra le stelle con un sogno di van Gogh, e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna. Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle spine e il bacio incarnato dei loro petali… Dio mio, se avessi un pezzo di vita…Non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo, che la amo. Convincerei ogni donna o uomo che sono loro i miei favoriti e vivrei innamorato dell'amore. Agli uomini proverei quanto si sbagliano pensando che si smette di innamorarsi quando si invecchia, senza sapere che si invecchia quando si smette di innamorarsi. A un bambino darei ali, ma lascerei che da solo imparasse a volare. Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con il dimenticare. Tante cose ho appreso da voi uomini…Ho appreso che tutto il mondo vuole vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicita' sta nel modo di salire la scarpata. Ho appreso che quando un neonato afferra con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene intrappolato per sempre. Ho appreso che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall'alto in basso soltanto quando deve aiutarlo ad alzarsi. Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma alla fine non potranno servirmi molto perche'quando mi riporranno dentro questa valigia, purtroppo io staro' morendo

 Gabriel Garcia Marquez


 

Eurostar

“ Buongiorno malinconia”. Così come ogni mattina Sauro Iacobelli si destava dal torpore del suo ultimo sonno, e la prima frase che gli veniva alla mente era appunto “ buongiorno malinconia”. Sauro Iacobelli era un semigiovane di quasi quarantaquattro anni, il suo aspetto lo si sarebbe potuto tranquillamente definire “ normale “. Di altezza media, non superava di molto il peso forma ideale per un uomo della sua corporatura. Curato quanto basta nel suo aspetto Sauro cominciava proprio in questi anni ad avere una capigliatura brizzolata di un candido bianco. Sintomo questo forse di una maturità improvvisa, o forse il risultato di una predestinazione genetica ereditata dai suoi torposi e ultra-anziani genitori pensionati. L’aria e la luce di quella mattinata romana facevano dileguare per qualche ora il senso di apatia alla vita di Sauro. Di certo quella non era una condizione abituale per lui, abituato come era ad avere sempre molti amici accanto questo periodo lo vedeva straordinariamente solo ed immerso nel passato, per via di una relazione sentimentale fallita nel quale egli aveva cominciato a credere. Ora più che mai si colpevolizzava per il fatto di aver inteso quel rapporto come l’unico motivo trainante del suo essere, escludendo quasi senza rendersene conto i vecchi affetti che molto avevano contato per lui. Spinto dunque dal solo impegno lavorativo diede una rapida occhiata alla sua non modernissima radiosveglia posta sul comodino e quasi automaticamente si infilò i suoi abiti da viaggio. Dando cura all’igiene tutta della sua persona , si trovò in pochi minuti pronto e seduto nel suo misero angolo cucina a riempirsi non smisuratamente lo stomaco con biscotti e caffèlatte. Abitava da solo Sauro, da ormai cinque anni ed aveva preso in affitto un monolocale vicino il suo ufficio. Sauro Iacobelli era impiegato presso una nota azienda della capitale, dove le sue mansioni non si limitavano quasi mai al semplice disbrigo di noiosissime pratiche delle quali era sempre colma la sua scrivania. Ma date le sue caratteristiche fisiche e comportamentali veniva anche utilizzato dal suo capo reparto per mantenere alcuni rapporti commerciali con un’altra azienda analoga alla sua, che aveva gli uffici nel pieno centro storico di Torino. Così, inforcati i suoi occhiali ed agguantata la sua ventiquattrore si diresse verso la stazione per prendere il solito treno che lo avrebbe portato dopo il solito viaggio fino a destinazione. Durante il tragitto tutto, la sua mente scandagliava con solerte minuziosità le varie azioni che avrebbe dovuto compiere in quella giornata lavorativa. Il suo passo era svelto e deciso, mentre la sicurezza della buona riuscita del suo incarico, infondevano in lui una sensazione di autostima che difficilmente riusciva a provare in altre occasioni. Giunto al fine nei pressi del suo binario, Sauro vidimò nella ormai conosciutissima macchinetta gialla il suo biglietto di viaggio. Biglietto che gli fu consegnato il giorno prima dalle sudatissime e goffe mani della segretaria amministrativa del suo reparto. La vidimazione del titolo di viaggio, così come il dirigersi verso il vagone stabilito e prendere possesso del posto assegnato era di una tale routine, che quasi non si curava degli ostacoli o delle persone che incontrava sul suo cammino. Preso il posto, diede uno sguardo quasi per gentilezza e buona educazione agli avventori che aveva non molto lontano. Nella sua immaginazione cercava , così come in ogni viaggio che faceva di visualizzare con l’immaginazione la persona che avrebbe preso il posto di fronte al suo. Ma Sauro non fantasticava neanche lontanamente quello che il destino aveva riservato per quella sua giornata. Vide avvicinarsi verso di lui la più esile delle figure che i suoi piccoli occhiali ebbero mai focalizzato. Dondolando un piccolo bagaglio portato con impaccio quasi infantile ed una andatura sinuosa, si avvicinò una splendida ragazza bruna, con lunghi capelli di color carbone ed un volto del quale nessun pittore contemporaneo o trapassato avrebbe mai potuto cogliere la raggiante vitalità. Con educazione quasi conseguente alla sua figura si rivolse nei confronti di Sauro chiedendo un aiuto per posizionare il piccolo ingombro nell’apposito ripiano al di sopra del sedile di accanto a lui. Nessuna esitazione, nessun dubbio la cortesia di quell’essere non lasciava margine alcuno. Ella venne aiutata e ripagata con la stessa cortese moneta con la quale si presentò. A rompere il ghiaccio fu proprio lei che non appena fuori dalla stazione si rivolse verso Sauro facendo dei cordiali apprezzamenti sul clima della capitale. Così si accese la discussione, e dal tempo si passò ad altri argomenti di interesse generale come il traffico e la carenza di servizi pubblici adatti al giusto uso del cittadino. I loro sguardi si incrociavano con una frequenza quasi regolare e, come per caso quando gli occhi di lui cercavano conferma nello sguardo di lei venivano ampliamente ripagati. Si chiamava Linda. Linda Bucci, era una rappresentante tirocinante di una casa di moda Torinese , “e in cosa altro si sarebbe potuta impegnare una tale dea “ pensò Sauro. Era venuta a Roma per prendere dei contatti con una boutique di via condotti, e stava tornando in ufficio per stilare una relazione sull’incontro avvenuto, prima di ritirarsi nel suo appartamento dove avrebbe sostenuto un lungo e meritato sonno riparatore. Il viaggio proseguì, e proseguì anche la conoscenza di Linda e Sauro. Arrivati nella stazione di Firenze il treno fece una sosta annunciata più lunga del solito, Sauro colse al volo l’occasione per scendere a comprare qualche rivista. Sapeva molto bene dentro di se che non avrebbe mai letto quegli ammazzatempo, almeno durante quel viaggio visto che la compagnia che ora aveva, offuscava il suo desiderio di distrazione. Nel mentre Linda approfittò della pausa per andare nella toilette e come tutte le donne fanno quando si intrattengono con una persona piacevole del sesso opposto, si diede una controllata ed una conseguente ritoccata a capelli; viso; e chi sa cosa altro. Naturalmente Linda non aveva alcun bisogno di artifici aggiunti atti a far risaltare la luce della sua bellezza, ma il suo istinto di donna le diceva che quella era la cosa più saggia da fare. Sauro dal canto suo avvertiva davanti all’edicola , le sue gambe che non rispondevano più ai suoi comandi . Si chiedeva il perché mai una cosa così bella fosse capitata proprio a lui, a lui che fino a prima di salire su quel treno si sentiva colpevole nei confronti della di se stesso e di tutte le persone in generale. La scelta della rivista , avvenne come è facile immaginare totalmente a caso, così dopo aver pagato senza neanche curarsi della spesa e del successivo resto dato dal sonnolente edicolante, si diresse di nuovo verso il suo vagone con una tale leggerezza ed agilità che lui stesso stentava quasi a riconoscere. Giunsero insieme ai rispettivi sedili. Linda dalla toilette e Sauro dalla stazione. Si misero seduti quasi all’unisono, ed il treno riprese di lì a poco la sua inesorabile marcia. Non passò molto tempo che subito la conversazione tra i due si rianimò di nuovo interesse, era chiaro così come il cielo di quella giornata che ora entrambi provavano le stesse aspettative e cominciavano ad avere le stesse illusioni per il futuro prossimo. Attimi di ilarità si susseguirono tra i due, ilarità che trovò la sua punta massima quando Sauro mostrò la rivista acquistata alla stazione di Firenze a Linda. Nell’agitazione e nelle mille fantasticherie che egli si era fatto in quei pochi minuti, Sauro non si accorse che aveva acquistato una rivista di uncinetto. Il nostro eroe non era certo tipo da lavoro ai ferri, e Linda questo lo capì subito tanto che dopo una lunga risata mise mano alla sua quasi collegiale educazione, giustificando la scelta del suo nuovo amico asserendo che sicuramente quelle pagine sarebbero state destinate ad una donna della sua casa: la nonna o la madre. Possibile non cogliere quell’affermazione per uscire dalla mala figura fatta? Certamente no, così il tutto si risolse con un’ulteriore risata. Nei brevi momenti di pausa che l’inaspettato incontro concedeva, Linda si domandava cosa avrebbe mai voluto da lei quel ragazzo un po’ troppo cresciuto e si chiedeva se fosse stato giusto dare tanta confidenza ad un estraneo in un incontro come quello, ma gli occhi sinceri di Sauro ed i suoi modi educati fugarono in Linda ogni dubbio rispetto a quello che stava facendo. Si sa, gli incontri piacevoli sono come un bel cesto di ciliegie, e delle discussioni da loro scaturite non se ne è mai sazi. L’intesa continuò così fino ad arrivare nelle vicinanze di Bologna, e fu proprio accarezzata dalla vista di quelle distese di frutteti tipici della pianura romagnola che Linda si sentì completamente sicura della bontà del suo interlocutore, mentre da parte di Sauro cresceva il desiderio e l’audacia che aveva ormai accantonato nei confronti delle donne. Galeotto fu il vetro dello scompartimento che all’improvviso, quasi come mosso da vita propria si aprì. Ormai durante quel viaggio i voleri di quelle due esistenze si fusero ripetutamente e così all’unisono si alzarono dai propri sedili per mettere mano al finestrino impertinente, si trovarono faccia a faccia, occhi negli occhi, i loro odori si mescolarono in una tale fragranza della quale tutti e due non poterono non percepirne l’aroma. Come la migliore scuola insegna fu l’uomo a prendere l’audace iniziativa di porre le proprie labbra a stretto contatto con quelle di lei, in questo modo proprio come un antico cavaliere Sauro attese qualche frazione di secondo, sperando da lei una risposta al suo gesto. Nella mente di Linda passarono in quegli attimi fiumi di pensieri, che giunti alla loro foce diedero una risposta decisa. Le labbra di Linda si unirono così a quelle di Sauro in un lungo e quasi fotoromanzesco bacio appassionato, sembrava dunque che le loro appendici amorose si fossero saldate le une alle altre quasi come due diversi liquidi compatibili tra loro. Fu un sobbalzo improvviso del vagone ad interrompere quella che sembrava essere tra i due la medicina a tutti i loro mali. Incredibile, le traversine imperfette dei binari li fecero amalgamare e le stesse traversine li divisero. Ormai era fatta, pensarono i due. Dopo quegli attimi ne seguirono altri, tanto era il desiderio reciproco di tenerezza ed affetto che nessun rallentamento improvviso, nessun addetto del personale, niente più riuscì a distrarre l’idillio d’amore improvviso che si formò in quel metro quadro sotto i loro piedi. L’amore si sa è veramente una questione indecifrabile, e questo Linda e Sauro non lo ricordavano in quei momenti. Nessuno dei due avrebbe mai immaginato cosa altro avrebbe riservato il fato in quel viaggio per loro, non pensavano neanche lontanamente che quell’incontro così perfetto si sarebbe trasformato prima di giungere a destinazione nella più grande delle delusioni. Gli eventi si accavallarono tanto rapidamente nei minuti precedenti l’arrivo, che niente mai in natura sarebbe stato più veloce. Fu dalla borsetta di Linda che distrattamente fece capolino una fotografia i bianco e nero. Sauro, preso come era dal conoscere tutto di quella ragazza volle a tutti i costi interessarsi di quello scatto. Quasi pretese di vederla , Linda acconsentì con qualche ritrosia ma cosciente di quello che le stava accadendo, si preparò a rendere noto al suo compagno di viaggio il senso di quell’istantanea. “ sono i miei genitori “ disse “ non li ho mai conosciuti, di loro mi rimane solo questa foto ed un immenso rimorso “. Mentre lo diceva i suoi occhi si velarono come se tutta la sofferenza della sua vita da orfana riaffiorasse improvvisamente. Sauro rimase impressionato e commosso da quel sentimento scaturito così spontaneo, tanto che non prestò troppa attenzione ai volti dei due personaggi distesi su di un immenso prato fiorito, abbracciati e sereni. Ma se la curiosità è una prerogativa tipicamente femminile, ma anche agli uomini non ne difettano di certo, così Sauro impegnò il suo interesse in quella foto. Il volto gli si fece pallido, il sangue si raggelò, le mani gli cominciarono a tremare come se una corrente sinuosa si fosse impadronita di lui. Non riusciva più a parlare, ad esprimere il suo sgomento. Non si rendeva conto che la ghigliottina del destino era precipitata inesorabile sul suo nudo collo. Riconobbe per prima cosa il prato e le case che facevano da sfondo ai due probabili amanti raffigurati, erano le case del suo quartiere, era il prato dove lui scorrazzava felice nei primi anni della sua infanzia. Linda venne pervasa dallo stesso stupore interrogativo del quale era stato rapito Sauro, e come lui ora non sapeva cosa pensare , cosa dire. L’annuncio negli altoparlanti dell’imminente arrivo alla stazione di Torino ruppe il silenzio che come una nebbia mattutina era sceso tra i due. Erano i genitori di Sauro, erano loro nel fiore della giovinezza, erano i torposi fattori della sua esistenza. I baci finirono, le parole cessarono. Non si avvertiva più nell’ormai uomo quello sguardo intrigante che tanto ammaliò Linda. Una sola frase pronunciata con tremolante voce chiuse per sempre le porte del paradiso: “ sono mio padre e mia madre “. L’EUROSTAR iniziò le manovre di frenata e lentamente guidato dagli scambi si inserì all’interno della stazione di Torino. Baci; abbracci; speranze covate durante il tragitto lasciarono il posto a silenzi che nessuna spiegazione avrebbe mai potuto estinguere. Con la calma e la lentezza di due sportivi sconfitti negli ultimi momenti della gara, lentamente si apprestarono alla discesa dal treno. Sauro non poté non aiutare “ sua sorella “ con il bagaglio che solo poche ore prima aveva lui stesso posizionato con il cuore gonfio di speranze. (L’amore è veramente una questione inestricabile, proprio quando tutto sembra volgere per il meglio si scopre che non si è mai sicuri fino in fondo) pensò Linda. Ormai Sauro non parlava più, e si capiva benissimo che non aveva nessuna intenzione di relazionarsi ancora con quella donna, era tornato di colpo nello spazio di un percorso malinconico e deluso. Pensava che se il destino si accanisse tanto nei suoi confronti forse era perché aveva sbagliato qualcosa, compiuto qualche abominevole sopruso. Ma niente, niente che la sua mente riuscisse a ricordare, nulla scandagliando il suo passato avrebbe mai potuto meritare il presente che gli si volgeva sotto gli occhi. Come una nave in balia delle onde così la sua vita sentimentale era totalmente fuori dal suo controllo. Il coraggio della verità è una dote rara, e Linda ne possedeva da vendere tanto che fu proprio lei nel momento della separazione, quando le loro strade si sarebbero divise per sempre a cercare ancora un contatto con quella persona che per lei in ogni caso sarebbe stata la chiave delle risposte alle sue domande più radicate. Di certo il conforto di lei nell’aver ritrovato la propria famiglia medicava in parte la ferita che aveva nel cuore, mentre la stessa ferita nel cuore di Sauro rimaneva ora, e forse lui pensava per sempre viva e dolorosa. Ci volle tutta la buona educazione di Linda nel trovare le parole adatte per non colpire ulteriormente la sensibilità di Sauro, e davvero ci volle tutta la forza di quel giovane uomo nell’accettare l’ulteriore sconfitta che la sua anima si trovò innanzi. Il freddo clima di Torino non aiutò di certo l’operazione chirurgica che si stava compiendo tra i due, ma con la stima reciproca che scaturì dal loro incontro riuscirono a trascorrere insieme ancora del tempo. Così presero lo stesso taxi e decisero di parlare ancora e mangiare qualcosa insieme. La rinuncia a quello che è il motivo trainante del mondo, l’abbandono di mille speranze per quello che sarebbe stato il loro futuro, non avvenne di certo nello spazio di quel pasto. Molto tempo dovette passare da allora affinché i nostri due sfortunati personaggi si rincontrarono. Ma la vita vince sempre, così che gli ultra-anziani pensionati un bel giorno uscirono per sempre dal loro atavico torpore e riabbracciarono ancora una volta quella figlia della quale si disfarono molto tempo prima, per cause indipendenti dalla loro volontà.

  Alessandro Reali


 


Il pulviscolo ferroso delle stazioni

Il pulviscolo ferroso delle stazioni ferroviarie si posa sugli occhi aperti di chi è in transito e causa arrossamenti curabili con specifici trattamenti oftalmici umettanti a base di nafazolina nitrato (mg80).
Capita a chi abbia dimestichezza con gli spostamenti in vagone di imbattersi in questa incidentale e fastidiosa realtà; un fatto talmente piccolo, da entrare giusto-giusto in uno dei miei scarmigliati scritti. senza fare fatica. senza fare manovra. non occorre prescrizione medica.
Come sempre a questo punto, mi spiego:
Le particelle di metallo delle carrozze dei treni forgiate a caldo dalle sapienti mani di homo sapiens specializzati tendono col tempo a distaccarsi. Come le squame di un serpente distratto durante la muta. Tali evanescenti particelle si mescolano con l’atmosfera circostante fondendosi simbioticamente con gli elementi dell’aria che noi respiriamo o che semplicemente attraversiamo correndo verso il binario due.
Dunque i luoghi come le stazioni e le metropolitane colpiscono fisicamente i nostri occhi, aldilà della allegorica nostalgia.
E’ forse questo un simbolo di una punizione per la nostra bramosia di vedere-viaggiare-vivere-e-volere?
Di sicuro c’è che i nostri occhi aperti sono esposti a questi agenti e si arrossano.
in caso di effetti collaterali rivolgersi ad un medico.
È per tanto difficile non perdersi dentro una battaglia che sembra già una rivoluzione sociale:
Non sono i nostri occhi forse i figli più sinceri dei nostri sensi? Difficile non immaginare quelle nostre umide e fiduciose fenditure come le nostre fragili e un po’ hippy frontiere.
L’entrata più semplice. Quella immediatamente praticabile. la “prima a destra”. L’ingresso al pubblico. Uso esterno.
E pensare alle nostre civettuole ciglia come filari di fidati soldati a guardia del nostro stupore è davvero troppo fantasioso anche per un mio scritto.
La vista è dunque il senso più debole. quello che più si fida. quello che accetta le caramelle dai colori, di qualunque sfumatura siano fatti. è il senso che fa l’autostop e sale in macchina di ogni pixel sfrecciante.
Queste morbide e lacrimevoli cavità sono lì. a catturare immagini come fanno le zanzariere elettriche che attirano nella loro iride luminosa gli incauti e famelici ditteri.Tenere al riparo dalla luce. Conservare a temperatura inferiore di 25°.
Gli occhi si comportano come bambini curiosi ed instancabili per l’appunto. Ragazzini con una reticella in mano che corrono senza guardare dove mettono i piedi.
mi si perdoni per tanto la forzatura: gli occhi corrono senza guardare dove mettono i piedi. Tenere fuori dalla portata dei bambini.
Il nostro nervo ottico è solo un tubo catodico. Lo scarico di un lavandino che attira tutto al centro di un gorgo. La vista è dunque una spirale ingorda, un filtro stanco, un imbuto.
In altre parole: qualcuno fermi quei due piccoli matti. troppa fiducia, gente. Non ingerire.
Prometto di smetterla di imprimere un concetto ormai chiaro e di muovere il flusso delle parole verso il centro.
Torniamo un discorso indietro, torniamo in uno posto che non chiude mai: la stazione ed i problemi del suo ferroso pulviscolo punitore.
Tale scientifica ed attendibile rivelazione si è presentata alla mia curiosità, dopo la domanda di un corrugato oculista della mia città il quale mi interrogava sulle mie abitudini di deambulazione extra-urbana:
“Frequenta abitualmente stazioni ferroviarie?”
Devo ammettere che per un attimo, perduto in un contesto di visita-medica-odore-di-disinfettante-prego-attendere-che-lettera-è-questa? questo quesito mi ha fatto trasecolare; mi sono chiesto: che relazione c’è tra gli effluvi di Sua Maestà Imperatore IL Viaggio ed i miei molto prosaici problemi con le lenti a contatto? Non utilizzare dopo la data di scadenza.
Poi la spiegazione si è dipanata lenta e sta trovando casa come uno studente-fuori-sede-a-settembre dentro questa pagina bianca (il mio scrupoloso, pignolo e verde iride vuole farti sapere che la pagina del mio pc su cui scrivo è invece blu…)
Anche se la spiegazione di un ambiente urbano inquinato da materiale ferroso è una banale verità non sono riuscito a non perdermi dentro uno stock di domande della quali ti presento un trailer, un riassuntivo campionario come farebbe un professionale rappresentante di biancheria intima:
Quale sarà l’odore di quel ferrigno nemico? In che percentuale si mischia ai neon dei bar che vendono snack-al-cioccolato-che-copri-ma-normalmente-non-mangi? Quanto materiale di condensa c’è in quella atmosfera di eterna attesa? Quante scorie si annidano nella voce distaccata e sfuggente degli altoparlanti? Quante particelle nocive sono disciolte nei borsoni lasciati per terra, negli orari che cambiano, nel binario-che-non-è-questo, nei pantaloni blu e nelle visiere lucide di chi buca i nostri biglietti?
Quanto ferro che fa male agli occhi c’è in quel sogno di fare ancora in tempo?
Quanto ce n’è in quella paura di essere irrimediabilmente in ritardo?
E quanto ancora nella seducente chimera di avere la potenzialità di andare ovunque?
Un dedalo di domande. E come al solito poche informazioni. Nessuna cartina. Scarso il servizio in questa metropolitana di idee. Non utilizzare il prodotto in caso di allergia ad uno dei componenti (vedere foglietto illustrativo allegato)
Il punto è che io sono innamorato delle stazioni. Ed i miei occhi sono sempre aperti.
voraci come le zanzare che ho giustiziano in una metafora qualche rigo fa’.
E l’idea che tutto questo possa essere nocivo per i miei due-oblò-che-danno-sul-mare mi fa male più dei sopraccitati elementi di scarto. Evitare il contatto del contagocce con la superficie oculare.
A questo punto del monologo è d’obbligo, per sincerità stilistica e chiarezza espositiva, svelare la maschera: l’idea di queste righe è che sei tu – e non le povere e lente stazioni - a fare male alla mia retina.
Ad essere talmente pregna di particelle in sospensione da arrossare i miei occhi.
Ad essere plancton brulicante per i miei fanoni affamati.
So di certo che guardarti mi fa bruciare gli occhi, come le eclissi che ti costringono a distogliere lo sguardo. Mi fa male guardati perché è come se tu contenessi talmente tante immagini da fare forza sul mio povero spettro visivo.
Certo non mi stanco di avere gli occhi aperti. rossi. di guardare con le mani davanti agli occhi come davanti ad un film dell’orrore: occhi che non si chiudono e sbirciano spaventati e curiosi tra le dita.
Mi fa male guardarti. Perché il mio dizionario della lingua italiana mi ha spiegato che ti accorgi dell’insieme di minute particelle in sospensione solo quando un raggio di sole lo attraversa togliendo la maschera a quello che lui chiama “pulviscolo atmosferico”.
Mi fa male guardarti.
perché è come se tu contenessi tutto il ferro in sospensione delle stazioni
che sfavilla negli occhi tuoi come carrozze di prima classe.
che luccicano come coriandoli in controluce.
Ed è come se tu pungessi le labbra come una pioggia che non vedo.
Ed è come se fossi proprio tu
a far corrugare l’espressione del mio oculista preoccupato.

A chi mi fa male agli occhi tanto è bella.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Congedo del Viaggiatore cerimonioso

  Amici, credo che sia
meglio per me ricominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l'ora
d'arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m'è giunto all'orecchio
di questi luoghi, ch'io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po' di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l'ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite, è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte;
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell'inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene granché:
tanto ch'io mi domando perché
l'ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l'avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l'uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch'essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, ch'era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo - ed è normale
anche questo - odiati
su più d'un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos'importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l'ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m'ha chiesto s'io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al "vero" Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all'amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.

GIORGIO CAPRONI


Io ti chiesi

Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.
Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste

Hermann Hesse


 

Il tuo sorriso

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l'aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l'acqua che d'improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d'argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d'aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.

Pablo Neruda

 


Alla vita


La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.
amo in te l'impossibile
ma non la disperazione.

Nazim  Hikmet


 

16 Settembre 1996

"Sfumano i miei pensieri
come gli azzurri di questo giorno
e si perdono nel mare
stille di profondo
Pezzi di cuore
restano su quel treno
in balia di ricordi
mai avuti,
sempre negati

E poi un altro treno
per arrivare alla pace
al riposo dell'anima
al colore dei sensi

Di nuovo ogni istante
è come se volesse piovere,
ho occhi ormai stanchi...
ma fermo la caduta
per pudore,
per paura di annegare.
 

Ciao papà".

 


Il treno e i sorrisi

"Se il treno scappa
Non tentare di rincorrerlo:
andrà troppo forte per te.

Se non arriva mai
Il pensiero giusto non cercarlo,
non illuderti
di trovare ciò che
mille uomini prima di te
hanno cercato inutilmente.

Se non ti va di sorridere
Non pensare alla vita,

Se non ti va di piangere
Non pensare che la tua
Vita è fatta per sorridere".